Ljubodrag Simonović

Philosophy of Olympism

Introduction

E-mail: comrade@orion.rs

                                                              INTRODUZIONE

             Il ventesimo secolo è dietro di noi. Se cercassimo di definire gli eventi che caratterizzano questo periodo storico, lo sport avrebbe senz’altro un posto particolare. Esso ha acquisito lo stesso significato che la religione aveva avuto nel Medioevo: i giochi olimpici sono diventati la festività più importante del mondo contemporaneo e l’idea dell’olimpismo è diventata il suo vangelo “umanistico”. Il paganesimo olimpico contemporaneo è la forma in cui il capitalismo ha declassato il cristianesimo (ed anche altre religioni) ed è divenuto lo strumento più importante per integrare la gente nell’orbita spirituale del capitalismo. Il calendario delle principali manifestazioni sportive si è elevato a calendario religioso, a essenza della spiritualità, mentre lo stadio si è trasformato nel posto del culto di maggior rilievo del mondo contemporaneo. Lo sport non è solo una “cortina ideologica dietro la quale è nascosto il male reale” (Adorno), ma è il mezzo della borghesia per cancellare le tracce culturali dell’umanità e per distruggere l’eredità emancipatrice della società borghese. L’intenzione fondamentale dell’olimpismo contemporaneo non è di trasformare il mondo in una comunità di nazioni, ma farlo diventare un serraglio “civilizzato”. Gli stadi si sono ridotti a campi di concentramento moderni dove viene annientata la speranza in un mondo migliore e si creano le orde moderne di barbari. Lo sport non è solo l’”oppio per un difetto strutturale sociale” e, dunque, “una delle vie principali per scappare dalla realtà” (Fromm), ma è anche un modo di degenerazione dell’essere umano: uno spettacolo sportivo è un rito mediante il quale lo “spirito santo” capitalistico feconda le persone trasformandole in animali tramutati capitalistici.

              Il mito dell’olimpismo contemporaneo appartiene al cerchio dei miti mediante i quali gli ideologi degli stati coloniali dell’Europa occidentale cercano di ottenere la legitimità “civilizzatrice” per la loro colonizzazione del mondo. Esso è annoverato allo stesso rango dei miti del carattere “esploratorio” dei viaggi di Colombo e della natura “civilizzatrice” della “missione” cattolica. Al contempo, la creazione del mito dell’olimpismo crea una coscienza mitologica e un rapporto mitologico verso i principi fondamentali del capitalismo: bellum omnium contra omnes, e il principio assolutizzato di performance  (Leistung) espresso nella massima citius, altius, fortius. I giochi olimpici sono una “festività della giovinezza” (Coubertin), il che significa prosperità della forza vitale del capitalismo e la rinascita di fiducia nei suoi valori “eterni”. Perciò è attribuita una tale importanza al “sacro ritmo” dei giochi olimpici (ogni quattro anni), che in nessun modo si deve interrompere. L’olimpismo contemporaneo è una delle ideologie totalitarie più agressive del XX secolo che tende a distruggere la dignità libertaria dell’essere umano e “riconciliarlo” (Comte) con il mondo  d’ingiustizia esistente. Esso è uno dei pilastri di sostegno del firmamento spirituale del XX secolo e, dunque, il mezzo politico principale per realizzare una delle più importanti intenzioni del capitalismo monopolistico: opporsi alle istituzioni democratiche ed instaurare il controllo immediato sulla classe operaia. Il precetto di Coubertin, dedicato ai nazisti per aiutarli a creare un “nuovo ordine” (nazista), dove prima deve essere stabilito il diretto “controllo nelle teste” per poi stabilire efficacemente un controllo delle istituzioni, è l’idea-guida dei fautori dell’odierno “nuovo ordine mondiale”. Un numero crescente di manifestazioni sportive sempre più sanguinose deve distogliere l’attenzione delle persone dai problemi esistenziali fundamentali ed indebolire la loro facoltà di giudizio: lo sport è diventato il “cibo spirituale più economico per le masse” (Coubertin).

              La critica dell’olimpismo deve essere vista nel contesto del divenire del capitalismo un ordinamento totalitario globale governato dalle corporazioni capitalistiche più potenti. Esse hanno fondato le istituzioni sopranazionali ( NATO,  FMI, OMC ecc), che servono come “sostituzione” per le istituzioni basate sulla sovranità dei cittadini e delle nazioni, e formano il recinto del campo di concentramento globale in cui i centri del potere capitalistico cercano di chiudere l’umanità. Le cosiddette “associazioni sportive internazionali” non sono altro che il “cavallo di Troia” dei gruppi e delle multinazionali politiche dominanti del mondo, che con le loro strutture autoritarie e le regole sopranazionali sono state le prime a mettere in questione la sovranità civile e nazionale. Esse sono il mezzo più importante del “nuovo ordine mondiale” per distruggere culture nazionali e integrare la gente nell’orbita spirituale del capitalismo – a livello di nuovi schiavi. L’olimpismo è la corona di un’ideologia “mondialistica” che cancella tutte le frontiere normative (usuali, morali, legali e religiose) che ostacolano l’instaurazione di un totalitarismo capitalistico globale. Lo sport impone  regole contrarie alle elementari regole civili e umane sulle quali si basa la legislazione moderna: segregazione tra sessi, diritto di infliggere lesioni fisiche e uccidere; abuso mostruoso di bambini; trasformazione di sportivi nei schiavi moderni; abuso di stupefacenti e uso di sportivi come cavie sperimentali; carattere antidemocratico delle cosiddette “associazioni sportive internazionali”, soprattutto di quella del CIO che come organizzazione autoritaria, tramite i comitati olimpici nazionali, detta le regole di comportamento… Tutti questi “particolari” indicano che lo sport è una “pura” incarnazione dello spirito social-darwinistico e progressistico del capitalismo e come tale è lo strumento basilare per creare un pensiero unilaterale positivo globale: l’olimpismo è il culto del mondo esistente e la filosofia della vita positiva.

              Il rapporto mitologico verso l’olimpismo ha condizionato anche il rapporto mitologico nei confronti del suo fondatore, Pierre de Coubertin. (1) Si può dire senza esagerazione che gli ideologi del “mondo libero”, con l’appoggio generoso dei loro colleghi del “real socialismo”, hanno fatto di Coubertin un nuovo “Messia” il cui vangelo olimpico rivela il vero senso dell’esistenza umana.”Intuendo” che Coubertin apparteneva  al cerchio degli “eletti”, i suoi più devoti seguaci lo hanno dichiarato “divino barone”e hanno scritto una biografia legendaria dove viene affermato il suo carattere “messianico” e descritto il suo percorso  “messianico” (olimpico). Coubertin stesso ha contribuito non poco alla creazione della sua aureola “divina”. Nel movimento olimpico moderno egli ha visto la “chiesa”, nei membri del CIO i “fiducari dell’idea olimpica”, apostoli peculiari dell’olimpismo, e per se stesso, come padre spirituale dell’olimpismo, ha previsto il ruolo del sacerdote principale” del paganesimo olimpico moderno. La sede del CIO diventa il nuovo Vaticano. Considerate le aspirazioni di Coubertin di trasformare l’olimpismo nel pensiero dominante (religioso, filosofico e scientifico) dell’epoca moderna, che può dare alla gente un nuovo senso di vita, è chiaro che si tratta di una missione messianica peculiare. Ciò che da una dimensione particolare a Coubertin è il fatto che egli appare come il “rinovatore” (“Le Rénovateur”) dei giochi olimpici antichi, vuol dire come il messaggero degli dei olimpici e come tale egli è il legame tra la civiltà ellenica e quella moderna. (2) Partendo dall’assunzione che i greci “erano poco dediti alle riflessioni e ancora meno ai libri”, Coubertin ha voluto creare un essere umano positivo e una società positiva. Poichè Coubertin era un grafomane (ha pubblicato più di 600 libri, saggi e relazioni), egli conseguentemente non ha rispettato il principio da lui stesso stabilito, che rappresenta una delle basi della vita positiva. Coubertin non deve essere preso in parola. L’analisi delle sue opere dimostra chiaramente che queste non sono state scritte per indurre il lettore a riflettere sulle questioni esistenziali, ma di esaltarlo e persuaderlo a seguire gli interessi delle classi dominanti parasitiche. Gli scritti olimpici di Coubertin sono una sintesi di pampflet politici e di “verità” che cercano di assumere un carattere biblico. Essi non fanno sviluppare una coscienza critica e libertaria, bensì una apologetica e remissiva, e ciò corrisponde alla filosofia che propugnano.

              Il mito di Coubertin si basa sull’affermazione che egli ha dedicato la propria vita alla creazione di un “mondo migliore” dove regnerà la “pace” e la “cooperazione tra nazioni” e che per questo motivo ha “rinnovato” i giochi olimpici antichi e li ha ispirati di uno spirito “nuovo”. Se ciò è vero, c’è da chiedere: perchè le opere di Pierre de Coubertin – di cui il lascito scritto ammonta a più di 60.000 pagine – sono quasi sconosciute al pubblico? Com’è possibile che nel maggior numero dei paesi, dove venne celebrato il centesimo anniversario dei giochi olimpici moderni in modo pomposo, non è stata pubblicata nemmeno una riga degli scritti di Coubertin? Ancora più bizzarro è il fatto che i censori principali delle opere di Coubertin sono i “guardiani” ufficiali della sua idea olimpica. La ragione essenziale per un tale atteggiamento dei signori olimpici nei confronti del “divino barone” è che Coubertin nelle sue opere più importanti appare come rappresentante militante della borghesia europea e che elabora la strategia e la tattica della resa dei conti con le “masse” lavorative, con le donne e le “razze inferiori”. Gli scritti olimpici di Coubertin sono le istruzioni politiche per i governanti del mondo di come opporsi efficacemente, per mezzo dello sport  ed esercitazione fisica, alla lotta libertaria degli oppressi e stabilire una supremazia globale. Questa è una delle ragioni princpali perchè ai signori del CIO, insieme a quelli dei comitati olimpici nazionali, non viene in mente, nemmeno sei deceni dopo la sua morte, di pubblicare l’opera omnia di Coubertin, bensì presentano subdolmente al pubblico brani di suoi scritti nella forma di “Testi scelti” (“Textes choises”), (3) dai quali è stato omesso tutto ciò che indica la vera natura della sua dottrina olimpica. Poichè Coubertin dichiarava apertamente che il capitalismo è un ordinamento ingiusto – ciò che gli ideologi borghesi tentano di velare a tutti i costi – è ben chiaro perchè la teoria borghese sistematicamente ”ignora” le opere di Coubertin.        

              Quanto alla popolare tesi del “carattere apolitico dello sport”, quelli che glorificano  l’olimpismo e il loro “fondatore” credono che il vero “merito” di Coubertin non è il suo contributo allo sviluppo dello sport, bensì al fatto che egli ha reso lo sport “il mezzo per stabilire ponti di cooperazione tra nazioni”. L’impegno olimpico di Coubertin diventa il simbolo di una “politica di pace” ed egli stesso – un “politico di pace”. Perciò è del tutto comprensibile perchè i teorici borghesi hanno cancellato dalla biografia di Coubertin l’ultima decade della sua vita durante la quale Coubertin appariva apertamente come promotore del regime nazista e perchè uno dei più noti interpreti e propagatori dell’olimpismo di Coubertin, Yves-Pierre Boulongne, lo ha definito uno “schizofrenico”, cercando di “spiegare” la sua cieca devozione ai nazisti e la sua ammirazione per Hitler. Preservare il mito di un “Coubertin pacificatore” – che in realtà è stato un difensore fanatico dell’autoritarismo e del colonialismo – è un compito impossibile per gli ideologi dell’olimpismo. Quindi, una delle preoccupazioni principali dei coubertenologi  è di proteggere il mito olimpico dallo stesso “padre” dei giochi olimpici contemporanei: per preservare la credibilità della copia, i “seguaci” devono distruggere l’originale.

              Partendo dallo stesso criterio secondo cui Coubertin fu proclamato il “divino barone” e uno dei più grandi umanisti del XX secolo, anche i nazisti dovrebbero essere considerati “umanisti” e “pacificatori”. I Giochi Olimpici di Berlino non si sono svolti forse nel “segno di pace” e di cooperazione internazionale? Hitler non ha pronunciato ai Giochi Olimpici di Berlino le “famose” parole: ”La fiamma olimpica non si deve spegnere mai!”? I nazisti non hanno terminato gli scavi archeologici dell’antica Olimpia, con un contributo generoso di Hitler di 300.000 marchi del Reich tedesco? Non è stato Hitler a incaricare il suo architetto Albert Speer di fare un progetto per il più grande stadio olimpico del mondo con una capienza di 400.000 posti? Non sono stati i nazisti, per primi, a organizzare il passaggio della fiaccola dalla “santa” Olimpia a Berlino quale simbolo della connessione organica tra la civiltà ellenica e la Germania fascista, diventato poi uno dei simboli più significativi dell’olimpismo? Non è stato Coubertin a dichiarare i giochi olimpici nazisti, i quali secondo lui furono illuminati dalla forza e disciplina di Hitler, un modello per i futuri giochi olimpici, e Hitler “uno dei più grandi costruttori dell’epoca moderna”? Non è stato Coubertin, insieme ai signori del CIO, che ha sostenuto i nazisti fervidamente e ha affidato a loro tutta la sua eredità scritta con la richiesta di proteggere la sua idea olimpica dalla deformazione, e anche la “missione” di seppellire il suo cuore nell’antica Olimpia?

              Cercando di ottenere una legittimità “umanistica” per l’olimpismo, i teorici borghesi usano i termini che denotano valori umani universali riconosciuti in tutto il mondo come la più alta sfida per uomo: “pace”, “cooperazione internazionale”, “giovinezza”, “salute”, “progresso”, “bellezza”…  La prevalenza di ideali umanistici nella retorica olimpica suggerisce che i giochi olimpici non sono un fenomeno valoriale neutrale e, dunque, al di là del bene e del male. Al contrario, si fa del tutto per rendere l’olimpismo un sinonimo per l’umanesimo. Così, la guerra tra nazioni in un campo sportivo diventa “cooperazione pacifica”, mentre i promotori più zelanti della guerra e criminali fascisti, indossando l’abito olimpico “santo”, diventano “pacificatori”: la mitilogia olimpica è uno specchio nel quale il male più grande assume un aspetto angelico. L’olimpismo non aspira alla pace, ma alla pacificazione degli oppressi per prevenire la loro lotta contro un ordinamento basato sulla tirania dell’”elite” ricca. Sotto la maschera della “cooperazione internazionale”, lo scontento della gente, derivato dalla loro posizione sociale umiliante, sul terreno sportivo è sistematicamente diretto contro altre nazioni, e così si ottiene un’“integrazione nazionale” mediante la quale viene “superato” l’assetto sociale classista e celato lo sfruttamento di classe. Le squadre sportive hanno lo stesso ruolo: le leghe che si trasformano in una guerra istituzionalizzata tra persone deprivate dei loro diritti diventano in questo modo  una forma controllata della loro pacificazione (depoliticizzazione). Allo stesso tempo, con l’introduzione dei più alti ideali umani nella retorica olimpica si cerca di prevenire che questi possano diventare il punto di partenza per una critica delle idee e della prassi dell’olimpismo. Conforme all’antica tradizione, i giochi olimpici diventano un simbolo di “pace” benchè i proponenti di questa tesi siano consapevoli che i giochi olimpici antichi furono una “santa tregua” e una preparazione spirituale per la continuazione della guerra – il che è stato l’obiettivo principale che Coubertin aveva posto ai “suoi” giochi olimpici. E’ interessante che i teorici borghesi “non si accorgono” che l’”umanesimo” olimpico di Coubertin manca delle idee senza le quali non si può immaginare una società moderna: libertà, uguaglianza, fratellanza. Coubertin, questo “grande patriota francese”, non trova tra i simboli olimpici un posto per il “tricolore francese”, e ciò significa appunto che l’olimpismo moderno è in conflitto con l’eredità emancipatrice della società moderna.

              Quanto all’impegno fanatico di Coubertin di proteggere la “purezza” dello sport,  quale idealizzata incarnazione dei principi autentici del capitalismo, dall’influenza disastrosa del commercialismo, fu chiaro fin dalla stessa nascita dei giochi olimpici che questa sarebbe stata una battaglia persa. Dal suo inizio, lo sport ha fatto parte del sistema capitalistico di produzione ed è un mezzo per integrare l’uomo nell’ordinamento capitalistico. A questo riguardo Jean-Marie Brohm commenta: “Dal punto di vista storico, lo sport è nato con lo sviluppo del capitalismo industriale. Esso è stato legato fin dagli inizi ai meccanismi di investimento, di  circolazione e riproduzione del capitale. Appena nata, l’istituzione dello sport è caduta nelle mani del capitale commerciale ed è stata usata come sorgente di profitto. La vendita di spettacoli sportivi e la scommessa non sono sorti con la nascita del professionalismo sportivo, bensì con le prime forme dell’organizzazione istituzionalizzata delle competizioni sportive. (4) Quando il capitalismo è giunto alla fase finale del suo sviluppo (la “società dei consumi”), lo sport è diventato interamente commercializzato: al posto delle bandiere nazionali, ai giochi olimpici dominano i simboli di società capitalistiche; al posto di religio athletae, regna lo spirito del denaro; invece d’essere una “chiesa”, i giochi olimpici sono diventati un “mercato”; invece d’essere l’incarnazione della “santità” degli ideali olimpici, gli sportivi sono diventati “gladiatori circensi”, invece d’essere onorevoli “custodi dello spirito olimpico”, i signori del CIO sono diventati commercianti senza scrupoli che hanno trasformato i giochi olimpici in un “affare” sporco che vale miliardi di dolari.

               E’ interessante notare che la teoria borghese non ha dedicato più spazio alle discussioni sullo sport e sull’olimpismo. (5) La mancanza d’analisi serie dell’olimpismo, che avrebbero  creato la possibilità della sua demitologizzazione, non indica la mancanza di serietà filosofica e sociologica della dottrina olimpica, bensì l’importanza suprema dello sport per preservare l’ordinamento esistente. I teorici borghesi nemmeno nascondono questo fatto. Per il principale sociologo americano dello sport Allen Guttmann “lo sport è un elemento fondamentale della realtà sociale” ed “è del tutto impossibile immaginare come potremmo continuare a vivere senza di esso”. (6)  Prendendo lo spunto dalla sempre più tetra realtà della società tedesca, Christian von Krockow, uno dei maggiori teorici tedeschi dello sport, si chiede: “Però, che cosa può offrire in realtà la nostra civiltà ai giovani oltre allo sport e alle competizioni – che non sia droga o violenza?” (7) Perciò non c’è da meravigliarsi se i teorici borghesi trattano i critici dell’olimpismo in modo così severo. Così, per Paul Veyne, la critica dell’olimpismo è “l’argomento degli estremisti, dei filosofi cinici, che vogliono ridurre l’umanesimo a una semplicità naturale e quasi animalesca.” (8)

               I teorici borghesi trattano la filosofia olimpica di Coubertin separatamente dalla sua teoria sociale (politica) cercando di trasformare le sue idee nei principi “umanistici” al di sopra della storia. Lo stesso avviene con lo sport: rimuovendo lo sport dal suo contesto storico e sociale (“lo sport non ha niente a che fare con la politica”) e riducendolo a un fenomeno sui generis, essi cercano di prevenire la demitologizzazione dello sport come fenomeno storico (sociale) concreto . Paul Hoch dice a questo riguardo: “Così, quando Johan Huizinga e Paul Weiss scrivono della filosofia dello sport, essi si concentrano sulla lingua o su principi generali dei giochi usati da società differenti, in tempi differenti, in condizioni differenti; inoltre, essi ignorano quasi completamente qualsiasi effetto che queste condizioni avrebbero potuto avere. Così siamo abbandonati a una filosofia dello sport che sta al di là della storia ed al di là della società, e perciò è quasi del tutto futile”. (9) Lo “sviluppo dello sport “ ha portato la teoria borghese alla fine e ha svalutato gli argomenti mediante i quali essa istituisce, giustifica e idealizza lo sport. Il capitalismo ha reso insensata sia la critica liberale dello sport, (10) sia la teoria moralistica e “socialistica” dello sport. (11) Tutti i tentativi di intraprendere una “seconda strada” (Rigauer) nello sviluppo dello sport, basato sulla critica dello sport di Habermas e Plessner come la “riflessione dei processi industriali di lavoro”, sono falliti. (12) Il capitalismo ha “superato” anche l’antropologia borghese  sostituendola con una “filosofia di performance” (Leistungsphilosophie). (13) L’essere umano non è più un “animale”, ma è diventato un “essere autodistruttivo” che aspira a un risultato (primato) più alto a tutti i costi. La “natura” dell’essere umano diviene l’incarnazione della natura distruttiva del capitalismo. C’è da notare anche che considerazioni filosofiche  dello sport sono cariche di ecquivoci e preconcetti al punto che perfino i pensatori quali Werner Jäger, Ernst Bloch, Jean-Paul Sartre e Max Horkheimer non sono in grado di riconoscere l’essenza dello sport come fenomeno storico concreto: Jäger riduce lo sport all’antico agone; (14) Bloch s’illude che lo sport  è un fenomeno valoriale-neutrale  e che esiste  lo sport “buono” e “cattivo” a prescindere dal fatto se è di “sinistra” o di “destra”. (15) Sartre vede nello sport una strada che porta l’uomo verso l’essere; (16) Horkheimer, che lamenta la situazione penosa della filosofia, si appella allo sport per salvare i valori più importanti del capitalismo – dal capitalismo stesso. (17)  Si è dimostrato che lottare per la filosofia e allo stesso tempo sostenere lo sport, che è il mezzo principale del capitalismo per opporsi alla ragione, non soltanto è un affare impossibile, ma è anche disastroso.

              Il concetto fundamentale usato in questo lavoro come punto di partenza per la critica al capitalismo non è “alienazione”  (Entfremdung) di Marx, bensì la distruzione. Partendo dal più importante postulato di Marx che l’”anatomia dell’uomo è la chiave per capire  l’anatomia della scimmia”, è legittimo stabilire il punto di partenza per una critica del capitalismo monopolistico nella sua ultima fase (“consumistica”) dello sviluppo, in cui le contraddizioni del capitalismo quale ordinamento distruttivo che sempre più drammaticamente minaccia la sopravvivenza umana si sono completamente sviluppate. Il fatto che il capitalismo si è trasformato in un sistema distruttivo non scredita solo il pensiero borghese, ma getta una nuova luce sulla critica al capitalismo di Marx mettendo in discussione le sue fondamenta e la sua rilevanza attuale. A differenza dei teorici borghesi per i quale il capitalismo è la fine della storia, sterilizzando in tal modo i suoi potenziali trasformativi, Marx pensa che il vero valore del capitalismo sta nelle possibilità create “nel suo seno”, per fare un passo in una nuova società che sarà la più alta aspirazione dell’umanità formulata sui principi fondamentali della Rivoluzione francese borghese: Liberté, Egalité, Fraternité. Marx era un seguace della dialettica della storia di Hegel: la storia è la strada della libertà dell’essere umano, e la liberazione umana dalla natura, ciòè l’avere il controllo sulle forze naturali è la condizione basilare della libertà umana. Da qui una tale importanza dello sviluppo delle forze produttive: “Mai una formazione sociale fallisce prima che tutte le forze produttive, che essa è capace di contenere, si siano sviluppate, e mai sopravvengono nuovi, superiori rapporti di produzione prima che le condizioni materiali della loro esistenza siano già nate in seno alla stessa vecchia società. Per questo motivo l’umanità  pone a se stessa solo quei compiti che è capace di risolvere…” (18) E ancora: “Le forze produttive svilupate in seno alla societa borghese creano condizioni materiali per la soluzione… dell’antagonismo derivato dalle condizioni sociali della vita di un individuo. E’ perciò che con questa formazione sociale finisce la preistoria della società umana.” (19)

              Il problema principale della teoria di Marx sta nella sua definizione dei rapporti tra il modo capitalistico dello sviluppo delle forze produttive e la natura. Secondo Marx, la natura come “corpo anorganico” dell’essere umano si aliena dall’essere umano mediante il lavoro alienato che gli toglie l’”oggetto della sua produzione”. (20) Se il modo capitalistico di sviluppo delle forze produttive non implica solo “possesso” e “uso”, (21) ma anche distruzione della natura, vuol dire che esso conduce l’essere umano alla dipendenza sempre crescente da ciò che è rimasto della natura. Invece di essere un ordinamento che crea le condizioni per un “salto dal regno della necessità nel regno della libertà” (Engels), il capitalismo abolisce ogni possibilità di libertà dell’essere umano. Con il capitalismo non finisce solo la “preistoria” del genere umano, ma anche la sua sopravvivenza. Marx ha subordinato la dialettica del capitalismo alla dialettica della storia e ha trascurato la specificità dello svoluppo capitalistico delle forze produttive che non porta solo alla sottomissione dell’essere umano (mediante la tecnica) da parte del capitale e alla sua alienazione dalla natura, ma anche alla distruzione della vita. Ne consegue che il rapporto dell’uomo verso se stesso, verso altre persone e verso la natura non è mediato solo dal “lavoro alienato”, bensì dalla natura distruttiva del modo capitalistico di produzione. Nel processo di riproduzione capitalistica, l’essere umano non solo si “aliena” da se stesso e dalla sua natura “organica”, ma degenera diventando uno strumento del capitale per la distruzione del mondo. Dunque, il genere umano non “pone a se stesso solo quei compiti  che è capace di risolvere”, bensì il capitalismo pone al genere umano i “compiti” che implicano la collaborazione nella distruzione della vita. Il carattere dinamico e drammatico del “progresso” capitalistico è condizionato dal fatto che il capitalismo trasforma le conseguenze della distruzione della vita nelle risorse del profitto, tramutando le capacità umane creative nel mezzo per lo sviluppo delle forze distruttive del capitalismo e accellerando il processo di distruzione. Che si tratti di una seria contraddizione nella teoria di Marx, di cui egli era consapevole, può essere visto anche dalla sua omissione dell’avvertimento di Fourier, scritto all’inizio del XIX secolo che è un punto eccezionalmente fruttuoso per la critica del capitalismo: “Così le nostre società, malgrado promotori e rappresentanti di proprietà, si trovano in una regressione, cioè in una regressione materiale a causa di una distruzione sempre più grande di foreste, pianure, sorgenti d’acqua, clima…” (22) Tuttavia, è appunto la teoria di Marx che ci permette di realizzare l’idea del vero progresso e stabilire una distanza critica verso il capitalismo: solamente quel modo di sviluppo delle forze  produttive che porta alla liberazione dell’uomo dalla sua dipendenza dalla natura può essere accettabile, e non quello  che porta alla sua distruzione. Lo sviluppo delle forze produttive è infatti necessario, ma non è una condizione sufficiente per il progresso. Nelle circostanze presenti viene considerato progressivo quell’ordinamento che è capace di fermare la macchina capitalistica della morte e preservare la natura e l’umanità dalla distruzione.

              La smania capitalistica ecocida ha dato l’origine a una dottrina e ad una prassi genocida che “supera” sia la teoria di Malthus che la barbarie nazista: la distruzione di un numero sempre più crescente di persone diventa la condizione basilare per la sopravvivenza di un numero sempre minore di persone. Così come i giochi olimpici nazisti furono una maschera “pacificatrice” dietro la quale si svolgevano le frettolose preparazioni per sterminare gli ebrei, slavi e rom  per assicurare  lo spazio vitale (Lebensraum) alla “razza ariana”, così lo sport internazionale odierno è una cortina fumogena “pacificatrice” che cela l’intenzione di un “nuovo ordine mondiale” per annientare la maggior parte dell’umantà e per assicurare la sopravvivenza del “miliardo d’oro” dei paesi capitalistici più sviluppati  dell’Occidente che, senza riguardo, distrugge la vita sulla Terra. Al tempo stesso, un confronto sempre più drammatico dell’umanità, con una possibilità sempre più reale della distruzione finale della vita, diminuisce la possibilità di trovare un’alternativa democratica di sviluppo. La creazione di un “nuovo ordine mondiale” mediante il quale le corporazioni multinazionali cercano di distruggere la struttura istituzionale degli stati, che permette ai cittadini di esprimere la loro volontà politica sovrana e difende i loro interessi  esistenziali, è condizionata dalla distruzione capitalistica. Lo sviluppo di una mente totalitaria va a braccetto con la distruzione di vita: il capitalismo annichilisce le istituzioni democratiche e il germe del novum  creato nella società civile e instaura un fascismo globale basato su un terrorismo ecocida.

             Nel lavoro è stato applicato lo stesso metodo usato nella critica di Marx alla religione : la sua critica alla religione è la “critica della valle di lacrime”, la cui aureola fantastica è la religione, mentre la critica del paganesimo olimpico moderno è la critica della valle della morte capitalistica, la cui aureola spettacolare è l’olimpismo. Lo sport è  d’importanza primaria come punto di partenza per lo sviluppo di una teoria critica contemporanea della società. La qualità particolare della critica contemporanea dell’olimpismo viene dal fatto che il capitalismo è diventato un “puro” ordinamento di distruzione, il che getta una nuova luce sullo sport quale incarnazione dei rapporti e dei valori dominanti capitalistici ed anche sull’olimpismo come loro aureola divina. Lo sport è diventato l’industria della morte e lo specchio dove si vede il vero volto del capitalismo. Con l’assolutizzazione del principio social-darwinistico bellum omnium contra omnes e di quello progressistico citius, altius, fortius è cominciato il processo di autodistruzione dell’umanità. Lo sport porta il processo di distruzione dell’essere umano alla sua fine e come tale è l’immagine del rapporto capitalistico verso la natura. Uno sportivo non è solo la mano d’opera, come Habermas e Rigauer affermano nella loro critica dello sport, (23) ma anche il mezzo di lavoro e l’oggetto di lavorazione, e lo sport non è solo una forma di deculturizzazione, ma è anche una forma trasparente di snaturalizzazione (robotizzazione). Un divario sempre crescente tra le possibilità biologiche dell’uomo e le pretese che il “progresso” gli pone conduce a una repressione sempre maggiore dell’uomo e a una distruzione mostruosa del suo corpo e della sua mente. Lo sportivo diventa il surrogato capitalistico dell’essere umano. L’olimpismo, come la teoria politica dello sport, non è solo una forma di creazione di una civiltà senza cultura, ma è l’ideologia della morte. Lo “sviluppo dello sport”, in modo più che ovvio, conferma la verità che non esiste un unico meccanismo nel capitalismo che può deviare il “progresso” stabilito dalla sua strada di distruzione, e che le istituzioni della società borghese e il loro firmamento normativo sono diventati il mezzo per proteggere e sviluppare il capitalismo. La teoria borghese ha avuto la peggio: gli ideologi  del capitalismo sono diventati i pulitori delle sue sporche orme e gli affossatori dell’umanità. Il capitalismo altrettanto “divora” i suoi figli spirituali.

              Lo sport è diventato il simbolo della fine di una civiltà basata sulla dottrina social-darwinistica e sul principio assolutizzato della performance: il principio della competizione è diventato il principio della dominazione, mentre il principio del progresso è diventato il principio della distruzione. L’olimpismo, dall’ideologia della nascità e dello sviluppo della società capitalistica, si è trasformato nell’ideologia della disintegrazione della società capitalistica, la cui accumulata forza distruttiva minaccia di distruggere l’umanità. Sui campi sportivi non domina uno spirito visionario, bensì uno spirito apocalittico. Lo sport è diventato il modo più efficace per trascinare l’essere umano nell’orribile vortice della follia autodistruttiva, creata dal “progresso” capitalistico, simile alla mania autodistruttiva delle antiche polis che portò al declino il mondo ellenico. Esso è un mezzo che distrugge non solo la consapevolezza delle conseguenze micidiali del futuro sviluppo del capitalismo, ma anche la consapevolezza  delle possibilità oggettive per un suo superamento e per la realizzazione dell’idea-guida della Rivoluzione francese borghese. Considerate le proporzioni orribili della distruzione del mondo, si può dire che l’olimpismo è il cappuccio che l’esecutore ha messo sulla testa dell’umanità prima di dare un colpo con la sua scure. E’ scoccata l’ora: o l’umanità distruggerà il capitalismo o il capitalismo distruggerà l’umanità.                                           

Translated from Serbian by Mirjana Pisani (Jovanović)

Italian translation supervisor Giampietro Salpiani

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